Ostruire il passaggio ad un’altra auto fa scattare il reato di violenza privata

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La porzione di parte comune asservita ad area parcheggio è uno dei luoghi in cui sovente occorrono accesi scontri tra i signori condomini.Il disvalore delle condotte da questi poste in essere, spesso, va ben oltre la legge civile.

In sede penale tali comportamenti assumono le vesti, talvolta,dell'”Uso arbitrario delle proprie ragioni” ex articolo 392 codice penale, a mente del quale:

“Chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito a querela della persona, con la multa fino a euro 516. Agli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione. Si ha altresì violenza sulle cose allorché un programma informatico viene alterato, modificato o cancellato in tutto o in parte ovvero viene impedito o turbato il funzionamento di un sistema informatico o telematico”;

talaltra, della “Violenza privata”, ex articolo 617 codice penale, per cui:

“Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo”.

Il reato di “esercizio arbitrario delle proprie ragioni” si differenzia da quello di “violenza privata” – che ugualmente contiene l’elemento della violenza o della minaccia alla persona – per l’elemento intenzionale, in quanto nel reato di cui all’art. 392 codice penale l’agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l’oggetto della pretesa gli competa giuridicamente, pur non richiedendosi che si tratti di pretesa fondata (Cassazione Penale, Sez. 5, n. 23923 del 16/05/2014).

Ergo, la condotta materiale posta in essere da taluno dei condomini,la quale si concreta nel parcheggio di una autovettura dolosamente preordinato ad impedire il passaggio di un mezzo o comunque di privare una persona della propria libertà di determinazione od azione, integra un delitto di violenza privata, specie ove non sia giustificabile, a monte, con una pretesa meritevole di apprezzamento giuridico (exmultis,Cass.Pen., Sez. V, sent. 17/5/2006 n. 21779).

In altri termini, configura il reato di violenza privata, previsto e punito dall’articolo 610 Cp, la condotta di chi parcheggia la propria autovettura nel cortile condominiale in modo da impedire l’uscita del veicolo altrui, a nulla rilevando, come giustificazione e/o esimente, l’asserito smarrimento delle chiavi dell’automobile, anche laddove noto alla persona offesa per il tramite di altre persone presenti nell’area di sosta dei veicoli (Cass. Pen. Sentenza 7592, sezione Quinta, del 28-02-2011)

Ciò posto, l’ultimo episodio di violenza privata in sede di parcheggio condominiale è stato esaminato dalla Corte di Cassazione, sez. V penale, con la sentenza 7 dicembre 2015, n. 48346.

Il giudice di legittimità ha qui censurato la condotta di un condomino che ha parcato la propria autovettura innanzi al locale garage di un altro condòmino, pure sottraendogli le chiavi del motociclo al fine di attendere l’arrivo della polizia.

Deduceva la parte ricorrente (in quanto imputato) che aveva subito dalla presunta parte offesa un’aggressione fisica e dunque la condotta impeditiva descritta nel capo d’imputazione era semplicemente diretta ad evitare che il proprio vicino si allontanasse prima dell’arrivo della polizia

L’elemento della violenza nella fattispecie criminosa in disaminè stata però identificatane l’uso proprio disiffatti mezzi, laddove idonei a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione.

Parcheggiare la propria autovettura dinanzi ad un garage in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa risponde appieno alla fattispecie ed è quindi censurabile sotto tale profilo.

Viceversa, non assume alcun pregio l’affermata giustificazione addotta dall’imputato per legittimare la condotta posta in essere, e cioè impedire la libertà di movimento alla “persona offesa” così da permettere l’arrivo della polizia per denunciare la stessa, a propria volta, per la causazione di lesioni subite a fronte di una precedente aggressione fisica.

Sul punto – riferisce testualmente il Giudice di Legittimità – , occorre precisare che, per un verso, non ricorre una ipotesi di arresto del privato ai sensi del sopra richiamato articolo 383 c.p.p., perché non si è in presenza di condotte che consentono, anche astrattamente, l’arresto in flagranza ai sensi dell’articolo 380 del codice di rito (reati perseguibili d’ufficio) e che, per altro verso, non è possibile applicare la invocata scriminante neanche nella sua forma putativa, atteso che può rilevare, a tal fine, solo l’errore su norma extra penale, e non già quello, come nel caso di specie, che verta sull’interpretazione delle facoltà di arresto esercitabile dal privato.

In effetti, quando si tratta di un mero errore di diritto, ciò non vale ad escludere la punibilità perché concettualmente non può sotto alcun profilo essere configurato come errore di fatto (Cass., Sez. 1, n. 276 del 11/10/1972 – dep. 22/01/1973).

In buona sostanza, bloccare l’auto del vicino parcheggiando avanti al rispettivo garage/posto auto il proprio mezzo integra sempre e comunque gli elementi del delitto di violenza privata e, in quanto tale, una simile condotta non è giustificabile in alcun modo: tampoco laddove si affermi che essa “violenza” sia stata posta in essere al fine di lucrare del tempo per consentire alle forze dell’ordine di intervenire sul luogo del reato, onde denunciare una asserita aggressione fisica.

Fonte http://www.condominioweb.com/si-incorre-nel-reato-di-violenza-privata-se-si-parcheggia.12356#ixzz48qkPkIqr
www.condominioweb.com

Basilicata, dieci milioni di euro per il risparmio energetico di abitazioni private

Bando energetico basilicata

ll bando come incentivo per rimettere in moto sviluppo e occupazione nell’edilizia e nell’impiantistica.

Risparmiare sulle bollette di luce e gas, intervenendo sulle abitazioni private con un grande piano di efficientamento energetico. Questo l’obiettivo del bando “Contributi per interventi di risparmio energetico su unità abitative private” approvato dalla Giunta regionale della Basilicata che mette a disposizione 10 milioni di euro.

RICHIEDENTI. La richiesta di contributo è riservata a chi risiede, in qualità di proprietario o a qualsiasi altro titolo, nella unità abitativa su cui si intende intervenire. Per venire incontro alle fasce sociali più deboli, nella graduatoria per la concessione dei contributi sarà data priorità a chi versa in condizioni di disagio. La valutazione sarà effettuata in base ai parametri Isee (Indicatore situazione economica equivalente).

INTERVENTI FINANZIABILI. Diversi gli interventi che si possono eseguire: dall’installazione degli impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica all’installazione degli impianti solari per la produzione di acqua calda per usi sanitari, dagli interventi di miglioramento delle prestazioni energetiche dell’involucro edilizio a quelli per ottimizzare la resa degli impianti di climatizzazione invernale fino all’installazione di sistemi di riscaldamento alimentati a biomasse combustibili. Si tratta, dunque, di una serie di misure finalizzate a ridurre il costo dell’energia con indubbi benefici sulla salute e sull’ambiente.

TIPOLOGIE ABITATIVE. I contributi, in particolare, coprono le spese tecniche sostenute per la progettazione, direzione lavori, collaudo e certificazione (comprese le opere strettamente necessarie e connesse a tali interventi) e la fornitura e posa in opera dei materiali. L’avviso indica anche le tipologie abitative destinatarie degli interventi. L’elenco comprende gli “edifici adibiti a residenza ed assimilabili” accatastati nelle categorie cosiddette civile, economica popolare, ultrapopolare, rurale, villini, abitazioni ed alloggi tipici dei luoghi. Non sono ammesse le domande di contributo per “edifici in corso di realizzazione o per le unità abitative non accatastate”.

La gestione dell’Avviso sarà affidata alla Società energetica lucana, società in house della Regione. Per compilare la domanda occorrerà prima registrarsi sul portale istituzionale della Regione Basilicata. E per questa operazione gli interessati avranno a disposizione 45 giorni di tempo, a partire dalla data in cui sarà pubblicato l’avviso sul Bur. Al termine dei 45 giorni, si potranno compilare on line le domande tese ad ottenere il contributo previsto per i singoli interventi previsti.

(Fonte:Casa&clima: casaeclima.com)

Commette reato l’amministratore condominiale che non riconsegna la contabilità

Potenza
Potenza

Dopo la scadenza del suo mandato, commette reato l’amministratore di condominio che non consegna la documentazione contabile.
Con la sentenza n. 31192, depositata il 16 luglio 2014, la seconda sezione penale della Corte di cassazione respinge il ricorso di un amministratore che, malgrado non curasse più da tempo gli affari di un condominio, non aveva restituito le carte contabili, incorrendo così nella condanna per mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice in base all’art. 388 del Codice penale.

Il ricorrente contestava la valenza penale del suo comportamento, riteneva altresì illegittimo il provvedimento d’urgenza, previsto dall’articolo 700 c.p.c., in forza di tale provvedimento gli era stato infatti ordinato di consegnare i documenti impropriamente trattenuti.
L’amministratore contestava la non adottabilità della misura nei suo confronti, in quanto la stessa sarebbe limitata a tutelare la proprietà.

I giudici hanno ribadito come pacifico che il mancato rispetto dell’ordine del giudice di consegnare i conti comporti un effetto diretto sulla proprietà condominiale, impedendone la corretta amministrazione.
La Corte ha ritenuto che il rifiuto di obbedire al giudice assuma rilevanza penale, in tutti i casi in cui l’obbligo sia coattivamente eseguibile.
Il dolo risulta poi dimostrato, dall’ostinazione dell’imputato nel rifiutarsi di consegnare i documenti: segnale per la Corte di un particolare interesse personale a non far ricostruire la gestione patrimoniale.

Fonte: Patrizia Maciocchi | E’ reato non consegnare i conti del condominio | II Sole 24 Ore

Articolo 388 Codice Penale: Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice

Chiunque, per sottrarsi all’adempimento degli obblighi nascenti da un provvedimento dell’autorità giudiziaria, o dei quali è in corso l’accertamento dinanzi all’autorità giudiziaria stessa, compie, sui propri o sugli altrui beni, atti simulati o fraudolenti, o commette allo stesso scopo altri fatti fraudolenti, è punito, qualora non ottemperi all’ingiunzione di eseguire il provvedimento, con la reclusione fino a tre anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.
La stessa pena si applica a chi elude l’esecuzione di un provvedimento del giudice civile, ovvero amministrativo o contabile, che concerna l’affidamento di minori o di altre persone incapaci, ovvero prescriva misure cautelari a difesa della proprietà, del possesso o del credito.
Chiunque sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa di sua proprietà sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo è punito con la reclusione fino a un anno e con la multa fino a euro 309.
Si applicano la reclusione da due mesi a due anni e la multa da euro 30 a euro 309 se il fatto è commesso dal proprietario su una cosa affidata alla sua custodia, e la reclusione da quattro mesi a tre anni e la multa da euro 51 a euro 516 se il fatto è commesso dal custode al solo scopo di favorire il proprietario della cosa.
Il custode di una cosa sottoposta a pignoramento ovvero a sequestro giudiziario o conservativo che indebitamente rifiuta, omette o ritarda un atto dell’ufficio è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 516.
La pena di cui al quinto comma si applica al debitore o all’amministratore, direttore generale o liquidatore della società debitrice che, invitato dall’ufficiale giudiziario a indicare le cose o i crediti pignorabili, omette di rispondere nel termine di quindici giorni o effettua una falsa dichiarazione.
Il colpevole è punito a querela della persona offesa.

Condanna per chi «innaffia» il vicino di casa

Condanna per chi «innaffia»? il vicino di casa

Fonte : www.condominioweb.com

Quando innaffiare diventa un reato. L’amore per le piante può costare davvero caro per chi se ne occupa senza curarsi però delle possibili conseguenze moleste di tale hobby: appena un mese fa  abbiamo ricordato come lo sgocciolamento dell’acqua verso il piano sottostante costituisca un reato (quello di cui all’art. 674 cod. pen. “Getto pericoloso di cose“), punito con l’arresto fino ad un mese o con un’ammenda di importo fino a 206,00 euro.

La Cassazione, infatti, con la sentenza n. 15956 del 10/04/2014 aveva da poco ribadito come l’acqua mista a terriccio che fuoriesce dai vasi e cade sul balcone o comunque sull’abitazione del vicino costituisce senza dubbio “cosa atta ad offendere o imbrattare o molestare”, come richiesto dal codice penale perché possa sussistere la contravvenzione prevista dall’art. 674 cod. pen..

Innaffiare le piante va dunque bene, purché non si finisca per (o non lo si faccia al fine di) insozzare il pianerottolo sottostante o, peggio ancora, direttamente l’odiato vicino di casa.

Ma c’è chi va oltre e per sporcare il vicino innaffia anche le piante che non ci sono!

Innaffiare va bene: purché le piante esistano. Purtroppo la vita tra vicini di casa spesso è davvero difficile ed i rapporti finiscono col tempo per deteriorarsi al punto che le giornate vengono trascorse tra un dispettuccio ed una ripicca: ogni pretesto è buono per litigare e quando non ce ne sarebbe motivo, lo si inventa.

È quanto accaduto ad un signore siciliano che pur di molestare il vicino di casa (col quale ormai è da tempo in guerra) ha preso ad innaffiare anche piante che non ha, al solo fine di bagnarlo con veri e propri gavettoni d’acqua dal proprio balcone. La querela del malcapitato è stata inevitabile, così come la condanna per il maldestro inquilino, reo di aver fatto finta di innaffiare piante che si è poi dimostrato nel processo non essere presenti, con l’unico scopo di versare acqua in testa al nemico di sempre che in quel momento sostava nell’androne condominiale.

Per il Tribunale infatti tale atteggiamento, ed in particolare la secchiata d’acqua riversata sul vicino di casa, integra gli estremi del reato di “Getto pericolose di cose”, poiché con tale sversamento si è imbrattato o comunque molestato un altro soggetto, proprio come previsto dall’art. 674 cod. pen..

La Cassazione conferma la condanna anche senza prove. Immediato il ricorso in Cassazione: il condannato si è strenuamente difeso sostenendo di non aver voluto colpire il vicino ma di essersi limitato ad innaffiare le proprie piante ed aggiungendo che comunque l’inzuppato vicino, che quando veniva attinto dall’acqua si trovava sotto il cofano della propria auto, non avrebbe potuto avere il tempo necessario per uscirne fuori e constatare da dove provenisse l’acqua né soprattutto chi l’avesse gettata: chiedeva quindi che i Supremi Giudici lo assolvessero, non essendoci altre prove a fondare la propria responsabilità.

La ricostruzione dei fatti esposta dall’imputato non ha però convinto i Giudici di Piazza Cavour e la condanna è stata confermata: le foto esibite dalla persona offesa, infatti, dimostrano come in effetti non vi fossero piante sul balcone (“nonostante l’inferriata ed il balcone fossero rivestiti da una protezione di alluminio”).

I Giudici di legittimità, inoltre, chiariscono come possano essere sufficienti le dichiarazioni rese dal querelante a provare la colpevolezza dell’imputato. (Il mio balcone non è un posacenere)

La parola del querelante vale oro quanto pesa. Ed infatti la Cassazione, pur ricordando come “nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile può essere opportuno procedere al riscontro delle sue dichiarazioni con altri elementi”, precisa tuttavia che “le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato” (Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 21753 del 28/05/2014): in questo caso, infatti, “la regola imposta dalle Sezioni Unite è quella della “opportunità” e non della “necessità” dei riscontri esterni”. Erano state infatti proprio le Sezioni Unite della Corte di Cassazione a chiarire questo aspetto, raccomandando tuttavia la necessità di una “previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto” (Cass. Pen., SS.UU., sent. n. 41461 del 19/07/2012).

Ma effettuato tale riscontro, appurate cioè la credibilità del querelante e l’attendibilità oggettiva dei fatti da lui esposti, “il dichiarato della vittima può, di per sé solo, sorreggere l’affermazione della responsabilità penale” (Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 21753 del 28/05/2014).

I dispetti possono costare davvero caro. Occhio quindi a lasciarsi prendere dalla smania di perseguitare l’antipatico vicino di casa: anche i dispetti all’apparenza non particolarmente gravi possono infatti avere conseguenze davvero pesanti per chi li fa, molto più di quanto non sia per chi li riceve. Ed invero una condanna penale, anche se di modesta entità e magari sospesa (come avvenuto nel caso appena descritto), e la conseguente macchia sulla fedina penale che ne deriva, comporta notevoli svantaggi di ordine pratico. La stessa sospensione condizionale della pena se da un lato evita che la stessa debba essere scontata dall’altro preclude la possibilità che tale beneficio possa essere concesso una seconda volta (art. 164, u.c., cod. pen.), situazione questa da valutare molto attentamente in un sistema sociale come il nostro in cui molti comportamenti e violazioni (forse anche troppi) rivestono carattere penale ed espongono quindi al rischio, a volte davvero inconsapevole o comunque non propriamente cosciente, di una condanna che, ove si sia già fruito una prima volta della sospensione condizionale della pena, dovrà questa volta essere scontata fino in fondo insieme a quella a suo tempo sospesa.

Prima di sporcare il vicino pensiamo quindi che così facendo? potremmo sporcare anche la nostra fedina penale.

Si sacrifica il vicino se non si trovano soluzioni alternative per l’installazione dei ponteggi

 

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(Da: condominioweb.it)

I proprietari di un fondo confinante, con un altro edificio, devono permettere l’installazione di un ponteggio se non si riescono a trovare altre soluzioni. E’ quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Catanzaro del 20 luglio 2014.

Il casoUn condominio ricorreva per l’esecuzione dei lavori di ristrutturazione di una facciata esterna del proprio edificio, confinante con l’immobile di proprietà dei resistenti.

La disposizione codicistica. Ai sensi dell’art. 843, comma 1, c.c., «il proprietario deve permettere l’accesso e il passaggio nel suo fondo, sempre che ne venga riconosciuta la necessità, al fine di costruire o riparare un muro o altra opera propria del vicino oppure comune».

Il giudice di merito deve valutare se ci siano soluzioni alternative.
Secondo la costante giurisprudenza della Suprema Corte, «per stabilire se sussista o meno, nel caso concreto, la necessità cui l’art. 843 c.c. subordina la concessione dell’accesso sul fondo altrui, occorre che il giudice di merito proceda ad una complessiva valutazione della situazione dei luoghi, al fine di accertare se la soluzione prescelta (accesso e passaggio da un determinato fondo altrui) sia l’unica possibile o se, tra più soluzioni sia quella che consente il raggiungimento dello scopo con il minor sacrificio sia di chi chiede il passaggio sia del proprietario del fondo che deve subirlo. Cosicché, ove giunga alla conclusione che il soggetto che chiede il passaggio possa procurarselo altrove con disagi o con costi quanto meno pari a quelli che subirebbe il proprietario del fondo che dovrebbe subire il passaggio stesso, deve escludere che ricorra il richiesto requisito di necessità» (Cass., n. 1801/2007).

Nessuna alternativa. Nel caso di specie, dalla ctu espletata in corso di causa, emergeva che tutte le soluzioni astrattamente ipotizzabili prevedevano necessariamente l’accesso alla proprietà dei resistenti per l’esecuzione dei lavori. In particolare, la soluzione prospettata dalla parte resistente, quale quella di utilizzare un piattaforma mobile auto sollevante bicolonna, non era realizzabile. Inoltre, l’unica alternativa, rispetto all’installazione di un ponteggio tradizionale nella proprietà dei coniugi, era costituita da una piattaforma autocarrata aerea a cestello con bracci articolati e telescopici. Tuttavia tale soluzione non escludeva il diritto ex art. 843 c.c. del condominio, perché questa avrebbe comunque reso inevitabile l’accesso al fondo di proprietà dei resistenti e avrebbe presentato svantaggi e costi maggiori rispetto al ponteggio tradizionale. La ctu, in sostanza, indicava il ponteggio quale modalità di lavoro più agevole ed economica.

Alla stregua di tutte queste considerazioni, il Tribunale di Catanzaro, in accoglimento del ricorso ex art. 700 c.p.c. del condominio, ordina ai resistenti di consentire il montaggio e l’installazione nel cortile di loro proprietà di un ponteggio adiacente la facciata nord dell’edificio condominiale per il tempo necessario all’esecuzione dei lavori; ordina inoltre al condominio di versare una somma a titolo cauzionale a favore dei coniugi per l’eventuale risarcimento dei danni; determina, infine, una somma giornaliera che il condominio dovrà versare a fine lavoro a titolo di indennità ex art. 843 comma 2, c.c..

 

Certificazione energetica, le differenze tra l’attestato di qualificazione e l’A.P.E.

 

 

Energy efficiency concept

I chiarimenti nella Guida operativa 2014 del Notariato che ha aggiornato il precedente studio 657-2013/C.

Con lo studio “La disciplina nazionale della certificazione energetica – Guida operativa 2014”, il Consiglio nazionale del Notariato ha aggiornato il precedente studio 657-2013/C “La certificazione energetica (dall’attestato di certificazione all’attestato di prestazione energetica)”, approvato dalla Commissione Studi Pubblicistici il 19 settembre 2013.

La versione aggiornata fa il punto della situazione della legislazione nazionale in materia di certificazione energetica, e tiene conto dell’entrata in vigore del D.L. 23 dicembre 2013 n. 145, convertito, con modificazioni, con legge 21 febbraio 2014 n. 9.

Di seguito riportiamo il paragrafo che fornisce interessanti chiarimenti sulle differenze che intercorrono tra l’attestato di qualificazione energetica e l’attestato di prestazione energetica (APE), introdotto dal decreto legge n. 63/2013 (convertito con legge n. 90/2013) in sostituzione del soppresso attestato di certificazione energetica (ACE).

I CHIARIMENTI DEL NOTARIATO

“La legge prevede due diversi “attestati” al fine della “certificazione energetica”:

– l’attestato di qualificazione energetica la cui disciplina è stata introdotta a seguito delle modifiche al d.lgs. 192/2005 apportate dal d.lgs. 29 dicembre 2006 n. 311, e confermata, in toto, anche dal D.L. 63/2013; detto attestato è chiamato a svolgere il ruolo di strumento di controllo “ex post” del rispetto, in fase di costruzione o ristrutturazione degli edifici delle prescrizioni volte a migliorarne le prestazioni energetiche (art. 8, c. 2, d.lgs. 192/2005); l’attestato di qualificazione energetica deve essere redatto con i contenuti minimi di cui allo schema riportato nell’allegato 5 delle Linee guida nazionali per la certificazione energetica;

– l’attestato di prestazione energetica, che ha sostituito, a far data dal 6 giugno 2013, il precedente attestato di certificazione energetica, e la cui disciplina è stata introdotta a seguito delle modifiche al d.lgs. 192/2005 apportate dal D.L. 63/2013, a sua volta modificato dal D.L. 145/2013; detto attestato è chiamato a svolgere il ruolo di strumento di “informazione” del proprietario, dell’acquirente e/o del locatario (art. 6 commi 1, 2, 3, 8) circa la prestazione energetica ed il grado di efficienza energetica degli edifici. Oltre a fornire all’utente raccomandazioni per il miglioramento dell’efficienza energetica, con le proposte degli interventi più significativi ed economicamente più convenienti, l’attestato di prestazione energetica deve, inoltre, contenere tutti i dati che consentano ai “ai cittadini di valutare e confrontare edifici diversi” e quindi di poter scegliere l’edificio da acquistare o da locare in base alla prestazione energetica.

E proprio per consentire tale “confronto” l’attestato di prestazione energetica deve “classificare” gli edifici e cioè attribuire a ciascun edificio una determinata “classe energetica” (classe da contraddistinguere con una lettera dell’alfabeto dalla “A+” che individua gli immobili a maggior efficienza energetica alla lettera “G” che individua gli immobili di più scadente efficienza energetica).

Con l’attribuzione di specifiche classi prestazionali, l’attestato di prestazione energetica funge da strumento di orientamento del mercato verso gli edifici a migliore rendimento energetico, permettendo ai cittadini di valutare la prestazione energetica dell’edificio di interesse e di confrontarla con i valori tecnicamente raggiungibili, in un bilancio costi/benefici.

In questo senso si sono pronunciate anche le Linee guida nazionali per la certificazione energetica (paragrafo 7), dettate con riferimento all’attestato di certificazione energetica, ma tuttora applicabili, con i dovuti adeguamenti, anche al nuovo attestato di prestazione energetica (come riconosciuto dall’art. 6, c. 12, d.lgs. 192/2005 nel nuovo testo introdotto dal D.L. 63/2013).

Le differenze

L’attestato di prestazione energetica si differenzia dall’attestato di qualificazione energetica proprio per la necessità, prevista solo per il primo, dell’attribuzione della classe di efficienza energetica.

I due attestati si distinguono, inoltre, anche per quanto riguarda le caratteristiche del certificatore: infatti mentre l’attestato di qualificazione energetica può essere predisposto ed asseverato da un professionista abilitato alla progettazione o alla realizzazione dell’edificio “non necessariamente estraneo alla proprietà e quindi non necessariamente “terzo”, l’attestato di prestazione energetica dovrà, invece, essere rilasciato da “esperti qualificati e indipendenti” o da “organismi” dei quali dovranno comunque essere garantiti “la qualificazione e l’indipendenza”.

Ruoli e funzioni distinti

I due attestati sono, pertanto, chiamati a svolgere ruoli e funzioni ben distinte e non sono tra loro “fungibili”. In questo senso anche le Linee guida nazionali per la certificazione energetica (paragrafo 8): “L’attestato di qualificazione energetica degli edifici si differenzia da quello di certificazione (ora prestazione), essenzialmente per i soggetti che sono chiamati a redigerlo e per l’assenza dell’attribuzione di una classe di efficienza energetica all’edificio in esame (solamente proposta dal tecnico che lo redige)”.

Peraltro chi è in possesso di un attestato di qualificazione energetica può utilizzare tale documento per semplificare il rilascio dell’attestato di prestazione energetica come espressamente riconosciuto dall’art. 6, c. 11, d.lgs. 192/2005 nonché dal paragrafo 8 delle Linee guida nazionali per la certificazione energetica ove si prevede:

i) che il richiedente il servizio di certificazione energetica può richiedere il rilascio dell’attestato di prestazione energetica sulla base di un attestato di qualificazione energetica relativo all’edificio o alla unità immobiliare oggetto di certificazione, anche non in corso di validità, evidenziando eventuali interventi su edifici ed impianti eseguiti successivamente;

ii) che il soggetto certificatore è tenuto ad utilizzare e valorizzare l’attestato di qualificazione energetica esibito (ed i dati in essi contenuti);

iii) che l’attestato di qualificazione energetica, in considerazione delle competenze e delle responsabilità assunte dal firmatario dello stesso, è strumento che favorisce e semplifica l’attività del soggetto certificatore e riduce l’onere a carico del richiedente.”

(fonte: casa&clima.com)

Condomini energivori: con la riqualificazione la bolletta si taglia di un terzo

condominio-energivoro

La campagna di diagnosi energetica gratuita per i condomini con il riscaldamento centralizzato della provincia di Milano presenta i risultati dell’attività inaugurata all’inizio del 2013 e rinnova il progetto per il 2014/2015. Promossa da Regione Lombardia, Provincia di Milano, Infoenergia e Anaci Milano, con la partnership tecnica di Econdominio, la campagna ha condotto cento diagnosi su altrettanti edifici, presentate in assemblea condominiale a oltre 2.680 famiglie.
Se ogni edificio analizzato realizzasse gli interventi di efficientamento suggeriti su involucro e impianto di riscaldamento, potrebbe tagliare in media 23 tonnellate annue di CO2, con conseguente risparmio in bolletta di 11.451 euro: ogni famiglia risparmierebbe cioè il 31% della spesa energetica.
Dalle diagnosi risulta infatti che i condomini del territorio milanese sono composti in media da 32 unità immobiliari e per la maggior parte alimentati a metano o gasolio, con un generatore di calore molto sovradimensionato rispetto alle necessità, e una spesa annua di riscaldamento per le famiglie pari a 1.300 euro. Si tratta di condòmini che non hanno la possibilità di regolare autonomamente la temperatura nel proprio appartamento e pagano la quota di riscaldamento sulla base dei millesimi (non possono modificare la temperatura dei radiatori e anche se li spegnessero ciò non influirebbe sulla bolletta).
A seguito delle 100 diagnosi sono stati già realizzati dieci interventi di efficentamento, che hanno permesso di tagliare 230 tonnellate annue di emissioni inquinanti e ridurre del 30,4% la spesa media annua (10.176 euro per condominio). Con benefici anche per le imprese locali specializzate in efficienza energetica e selezionate da Econdominio: i dieci interventi hanno generato complessivamente un volume d’affari di 1.870.000 euro. Nel frattempo, altre assemblee stanno decidendo sugli interventi proposti.
Le opere sono realizzati con Contratto di rendimento energetico Epc: uno strumento previsto dal D.lgs. 115/2008 che evita al condominio ogni esborso di denaro. «Le opere sono finanziate dalla banca e la rata è ampiamente coperta dal risparmio energetico garantito e certificato (secondo Contratto Epc). Senza contare che i proprietari possono anche usufruire della detrazione fiscale del 65%», spiega Fabrizio Ferrari, della direzione di Econdominio.
«L’azienda che esegue gli interventi garantisce per dieci anni la prestazione del nuovo sistema energetico, pena il risarcimento (con fideiussione a prima escussione), e monitora la situazione post-intervento. Per il condominio è un’operazione a costo zero, grazie alle formule di finanziamento bancario (che non richiedono garanzie fideiussorie); e zero rischi, grazie al monitoraggio e le assicurazioni decennali Kasko a copertura delle spese straordinarie sui nuovi impianti». Una volta terminato il finanziamento, e ottenute anche le quote di detrazione fiscale, il risparmio in bolletta rimane.
Il successo dell’iniziativa ha spinto Econdominio a rilanciare in questo 2014: altre 100 diagnosi gratuite (da condurre entro 12 mesi) sono quindi disponibili per gli edifici energivori della provincia di Milano, realizzati prima del 1990, con almeno 12 unità abitative e impianto di riscaldamento centralizzato, che abbiano una spesa media annua di 1.100-1.200 euro per appartamento e non abbiano subito recenti interventi di efficentamento (la richiesta di diagnosi può essere avanzata scrivendo a diagnosienergetica@econdominio.eu). «La diagnosi – prosegue Ferrari – è un prerequisito essenziale ai lavori. È l’unico strumento concreto che consente di calcolare il reale fabbisogno energetico del sistema edificio-impianto, individuare gli sprechi e indicare le soluzioni più efficaci a risolverli. Viene condotta nel pieno rispetto della normativa Uni Ts 11300 1-2-4 e termina nel momento in cui viene presentata in assemblea: ecco perché in quelle occasioni partecipano anche i nostri tecnici. I condòmini devono aver ben chiari i vantaggi che derivano dagli interventi che vengono suggeriti».

(fonte:Casa24-IlSole24Ore)

 

E’ arrivato il nuovo «libretto impianto», prorogata la scadenza

LIBRETTO_IMPIANTO

 

Dal 15 ottobre  2014  ogni impianto di riscaldamento e raffreddamento deve  essere accompagnato da una nuova carta di identità in grado di raccontare tutta la vita dell’apparecchio (installazione, verifiche, rottamazione). E’ lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico che ha prorogato i termini entro cui il “nuovo libretto” entrerà in vigore. Inizialmente fissato alla data del 1° giugno 2014, il MISE ha ritenuto opportuno prorogare la scadenza  al fine di consentire alle Regioni e agli operatori del settore di avere più tempo per adeguarsi  alle nuove disposizioni in materia di manutenzione ed ispezione degli impianti termici degli edifici. 2014.

Il nuovo decreto. I proprietari dell’impianto devono scaricare e compilare il libretto, i tecnici che eseguono le manutenzioni, devono invece preparare i rapporti di efficienza energetica. I nuovi obblighi introdotti dal Dpr 74/2013 valgono anche per chi la caldaia o il condizionatore installati in casa e non solo per le nuove installazioni. Multe salate- da 500 a 3mila euro- per chi non si adegua alla nuova normativa.

Riportiamo qui di seguito un breve vademecum sul  nuovo libretto impianti (D.P.R. 74/2013 e D.M. 10 febbraio 2014)

 Soggetti coinvolti

  • utente del piccolo impianto (singola unità immobiliare);
  • amministratore di condominio o ditta abilitata (terzo responsabile) per gli edifici condominiali

Obblighi

  • l’obbligo (che scatta dal 15 ottobre), è a carico di chi ha la responsabilità dell’impianto (utente, in caso di apparati singoli, amministratore o terzo responsabile per gli altri impianti); dovranno aggiornare il vecchio libretto al nuovo modello o produrre (in caso di condizionatore) il libretto;
  • per quanto riguarda il rapporto di controllo sull’efficienza energetica, l’obbligo ricade sul manutentore o su chi effettua interventi che ne modificano il rendimento energetico

Impianti

  • tutte le tipologie di impianti termici per la climatizzazione (invernale ed estiva) e per la produzione di acqua calda sanitaria, hanno l’obbligo del libretto;
  • gli impianti soggetti a verifiche periodiche per legge a seconda della potenza e tipologia dell’impianto (riscaldamento con potenza > 10Kw; condizionamento con potenza > 12KW), dovranno dotarsi di rapporto di controllo: questi si suddividono in:
    – riscaldamento a fiamma e combustione;
    – condizionamento;
    – teleriscaldamento;
    – co e trigenerazione

Libretto d’impianto e rapporto di controllo dell’efficienza energetica

  • il libretto diventa unico (non più distinto fra libretto d’impianto e di centrale); in esso vanno indicati tutti i dati relativi all’impianto, la sostituzione di eventuali componenti, gli interventi di manutenzione e controllo, i valori di rendimento, i dati dei proprietari (anche quando dovessero variare)
  • laddove gli impianti sono soggetti a controlli periodici di efficienza energetica, dovranno dotarsi, al termine della verifica, di un rapporto di controllo compilato dal manutentore secondo i nuovi schemi diffusi dal Governo;

Procedura

  • sulla prima pagina vanno inseriti i dati identificativi dell’impianto;
  • va specificato, tra l’altro, se l’impianto è di nuova installazione, se è stato sottoposto a modifiche o se si tratta di un impianto già esistente;
  • il modello va compilato per la prima volta dall’installatore all’atto della messa in funzione dell’apparato; poi viene aggiornato dal responsabile dell’impianto o dal manutentore;
  • per quanto riguarda il Rapporto di efficienza, va compilato dal manutentore che lo trasmette telematicamente all’ente locale incaricato di aggiornare il catasto impianti (Provincia o Comune);
  • qui vanno annotati i risultati dei controlli (che dovranno essere conformi alle norme UNI o ai limiti indicati dal D.P.R. 74/2013.

Controlli e sanzioni

  • i controlli sono a carico degli enti locali, che effettuano accertamenti sui rapporti ricevuti o ispezioni a campione sugli impianti;
  • le sanzioni variano da 500 a 3.000 euro a carico di proprietario, conduttore, amministratore di condominio o terzo responsabile che non ottemperino ai propri obblighi;
  • da 1.000 a 6.000 euro per l’operatore incaricato che non redige il rapporto di controllo tecnico;
  • le sanzioni, variabili anche sulla base di disposizioni regionali, si applicano anche per caldaie e condizionatori già installati

 

Fonte : www.condominioweb.com

Dal 2016 tutti i condomini dovranno dotarsi di contatori individuali di calore o raffreddamento

valvole_termostatiche

La Direttiva, 2012/27/UE, che andrebbe recepita entro il 5 giugno 2014, impone agli Stati membri di fissare un obiettivo nazionale indicativo di efficienza energetica che guardi ai consumi e ai risparmi di energia primaria o finale per l’ottenimento del 20% di risparmio entro il 2020 (il cd. pacchetto clima-energia 20-20-20 che punta anche alle energie rinnovabili e ad una consistente riduzione di emissioni di CO2 nell’atmosfera).
Ricordiamo che gli articoli chiave della Direttiva europea sono relativi alla ristrutturazione degli immobili nel settore pubblico, ai regimi obbligatori di efficienza, alla misurazione e alla contabilizzazione dell’energia, alla promozione dell’efficienza per il riscaldamento e il raffreddamento, alla trasformazione, trasmissione e distribuzione dell’energia.

La situazione italiana. Il nostro paese ha approvato in via preliminare lo schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva ed è ora al vaglio delle Commissioni Parlamentari competenti. Il nostro paese ha approvato in via preliminare lo schema di decreto legislativo di attuazione della Direttiva ed è ora al vaglio delle Commissioni Parlamentari competenti. In particolare, per quanto riguarda i condomini è fondamentale sottolineare che entro il 31 dicembre 2016, tutti gli edifici con il riscaldamento centralizzato dovranno dotarsi di termoregolazione e contabilizzazione del calore.

Infatti, lì dove la pluralità di edifici (supercondominio) o gli edifici polifunzionali, siano serviti da un impianto di distribuzione centralizzato o da una rete di teleriscaldamento per la fornitura di riscaldamento, raffreddamento o acqua calda, entro il 2016 le imprese fornitrici del servizio dovranno obbligatoriamente installare contatori individuali di calore o di fornitura di acqua calda in corrispondenza dello scambiatore di calore collegato alla rete o del punto di fornitura; inoltre, le stesse imprese dovranno dotare gli utenti finali di contatori individuali per la misurazione dell’effettivo consumo di calore di raffreddamento o di acqua calda per ciascuna unità immobiliare, che risultino efficienti sia in termini di costi che di potenziali risparmi energetici (l’installazione dovrà risultare tecnicamente possibile, in caso contrario sarà il tecnico abilitato o il progettista dell’impianto, a relazionare in un rapporto tecnico la non fattibilità dell’intervento).

In quest’ultimo caso, cioè lì dove l’intervento da parte dell’impresa fornitrice del servizio non sia possibile, si può ricorrere all’installazione di sistemi di termoregolazione e di contabilizzazione del calore individuali, da installarsi su ogni singolo radiatore per la corretta misurazione dei consumi (così come previsto dalla norma UNI EN 834).
Rivoluzione in condominio. Nei condomini con impianto di riscaldamento centralizzato, i sistemi tecnologici che consentono la contabilizzazione del calore permettono sia di regolare autonomamente la temperatura in ogni unità immobiliare, sia di suddividere le spese in proporzione a quanto ciascun condomino effettivamente consuma (si possono ottenere risparmi di combustibile tra il 10% e il 30% annui).
(Da non perdere: Ma veramente conviene installare le valvole termostatiche per la contabilizzazione del calore? )

Dotare l’impianto di riscaldamento centralizzato a gas metano di valvole termostatiche e di ripartitori elettronici del calore per il conteggio pro-capite di ogni singolo condomino, porta indubbiamente una serie di vantaggi:

  • consente di rendere energeticamente efficiente l’intero immobile, contribuendo anche alla riduzione di emissioni di CO2;
  • abbattere i consumi, premiando le famiglie virtuose che ridurranno le temperature attraverso l’impiego delle valvole termostatiche;
  • ogni famiglia pagherà sulla base dell’effettivo fabbisogno energetico e il conteggio avverrà tramite l’uso dei sistemi di ricezione dei consumi.

Nel dettaglio, sulla base dell’art. 9 (relativo alla Misurazione):
i consumatori finali di energia devono ricevere contatori individuali purché tecnicamente e finanziariamente fattibile;
gli Stati membri devono adottare sistemi di misurazione “intelligenti” per il gas e l’energia elettrica  (in conformità alle direttive 2009/72 e 2009/73).
Sulla base invece degli artt. 10, 11 e 12 (relativi alla Fatturazione e Accesso alle informazioni): la fatturazione dovrà basarsi sul consumo reale e sarà garantita la disponibilità della bolletta elettronica su richiesta dell’utente finale; dovrà prevedersi la gratuità delle fatture e delle informazioni sui consumi individuali per gli utenti finali.

Vuoi cambiare l’Amministratore di Condominio?

Cambiare amministratore corte

 

Ecco come fare!

“L’assemblea, convocata per la revoca o le dimissioni, delibera in ordine alla nomina del nuovo amministratore.”
Così recita il secondo periodo dell’art. 1129, decimo comma, c.c.

In buona sostanza se i condomini intendono chiedere la convocazione di un’assemblea per la revoca dell’amministratore in carica o se quest’ultimo convoca l’assise per la comunicazione delle sue dimissioni, l’ordine del giorno deve recitare pressappoco così:
revoca (o dimissioni) dell’amministratore in carica e nomina di un nuovo amministratore.
Che cosa succede se, invece, i condomini deliberano la nomina di un nuovo amministratore senza prima decidere sulla revoca di quello in carica?
Si pensi all’assemblea autoconvocata (cfr. art. 66, primo comma, disp. att. c.c.), perché l’amministratore uscente non ha provveduto ad evadere la richiesta nei tempi previsti dalla legge, nella quale i condomini abbiano inserito all’ordine del giorno un unico punto, ossia nomina nuovo amministratore, senza prima procedere alla revocazione di quello attualmente in carica.

Quel deliberato può considerarsi illegittimo?
Al quesito ha fornito soluzione la Corte di Cassazione con la sentenza n. 9082 del 18 aprile 2014.
La pronuncia desta particolare interesse in quanto, pur riguardando un caso sorto prima dell’entrata in vigore della riforma, mantiene uguale valore anche alla luce dell’attuale normativa; vediamo perché.

Rapporto amministratore condominio.
Ormai da anni era in giurisprudenza si affermava che “l’amministratore del condominio raffigura un ufficio di diritto privato assimilabile al mandato con rappresentanza: con la conseguente applicazione, nei rapporti tra l’amministratore e ciascuno dei condomini, delle disposizioni sul mandato” (così, tra le tante, Cass. SS.UU. n. 9148/08).
La legge n. 220/2012 (la così detta riforma) novellando l’art. 1129 c.c. ha introdotto un comma, il quindicesimo, che rinvia alla disciplina del contratto di mandato, in quanto compatibile, per tutto quanto non previsto dal medesimo art. 1129 c.c.
Come si suole dire s’è verificato un sostanziale recepimento nel dettato normativo dell’elaborazione giurisprudenziale. È in questo contesto di sostanziale continuità, nel passato ed attualmente, si muoveva e si deve muovere l’interpretare per dare risposta al quesito che abbiamo formulato in precedenza?

Che cos’ha detto la Cassazione riguardo alla nuova nomina non preceduta da revoca?
(Perchè la revoca e la nuova nomina possono essere illegittime per mancanza dei quorum)
Si legge in sentenza che le norme sul mandato trovano applicazione nel rapporto tra amministratore e condominio se non sono incompatibili con lo specifico rapporto. In questo contesto la revoca tacita del mandatario, disciplinata dall’art. 1724 c.c. non pare incompatibile con la disciplina dei rapporti appena citati.
Ciò perché, spiega la Corte, “deve sottolinearsi che, ai sensi dell’art. 1129 cod. civ., l’amministratore può essere revocato in ogni tempo dall’assemblea e, quindi, anche prima della scadenza annuale senza alcuna motivazione ovvero indipendentemente da una giusta causa. La norma ha la finalità di assicurare che la gestione dei beni e dei servizi – che deve soddisfare gli interessi comuni – riscuota la costante fiducia dei condomini: pertanto, l’assemblea – nell’esercizio delle sue prerogative – ben può procedere alla nomina del nuovo amministratore senza avere preventivamente revocato l’amministratore uscente” (Cass. 18 aprile 2014 n. 9082).
In buona sostanza la revoca tacita non lede la continuità di gestione del condominio posto che il nuovo mandatario sostituisce il predecessore senza lasciare “vuoti di gestione”.
All’amministratore ingiustamente revocato anzitempo, resterà, eventualmente, l’azione di risarcimento del danno per mancato guadagno.

Quanto detto dalla Cassazione, si ribadisce, riguarda un caso sorto nella vigenza della vecchia normativa; tuttavia la sostanziale uniformità della nuova legge rispetto al passato fa concludere per la sua validità anche per i casi simili che andranno a porsi nella vigenza delle attuali norme.